Si conclude con una serie di risarcimenti da parte dell’Unione Montana Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone la vicenda della riqualificazione del Castello di Fiano.
Un Castello storico, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, esattamente nel 1200, divenuto ancora più storico per una vicenda giudiziaria conclusa pochi mesi fa con la sentenza del Tar in merito a problemi sorti al termine dei tre anni di lavori di restyling del maniero.
Un contenzioso che ha un paradosso in termini: a fare causa all’Unione è stato il Comune, che fa parte dello stesso Ente.
Ma cosa è successo nello specifico? Nel 2014, Palazzo Civico decide di riqualificare il Castello, delegando l’Unione a farlo, attraverso il «Piano territoriale integrato "Paesaggi reali”», dove sul piatto vengono messi 344mila euro comunali, 42mila euro regionali, 125mila attraverso la Compagnia di SanPaolo, 9mila dalla stessa Unione Montana. Un totale che supera il mezzo milione di euro.
Nel 2017 i lavori vengono conclusi ma il Comune nota che qualcosa non va e, grazie alla relazione di un professionista, emergono una serie di «difformità e di vizi d’intervento», come si legge nella ricostruzione dei fatti presenti nella sentenza.
I problemi principali risultano essere nel nuovo solaio, fra il piano terra e il primo piano ma anche nei serramenti, che vengono definiti dalla perizia «inadeguati, viziati, montati male e scrostati».
Ma anche la pompa di calore risulta non funzionante e sono già presenti scrostature. E, ancora ci sono problemi di aerazione nel sotterraneo, dove sono già stati notati, pochi mesi dopo la fine dei lavori, allagamenti.
Il perito sostiene come per rimettere tutto a norma servano altri 207mila euro. Ne nasce una causa civile dove arriva un risarcimento di 14mila euro. Ma il Comune non è contento e si rivolge al Tar. L’Unione prova a difendersi, spiegando di aver «solo eseguito ordini provenienti dal Comune» e come il ricorso sia «tardivo, quattro anni dopo», dando colpa all’Amministrazione Comunale di non averlo messo in funzione sotto ogni punto di vista.
I giudici del Tar chiedono un’altra perizia che porta a scoprire come i vizi ci siano e sono anche di più rispetto a quelli denunciati da Palazzo Civico. Ma, allo stesso tempo, come gli allagamenti siano da imputare alla mancata messa in funzione dell’impianto elettrico. E, ancora, come il costo delle opere supplementari sia inferiore rispetto a quello della perizia comunale. Rimarcando ancora come l’Unione non sia stata «mera esecutrice» ma abbia agito in autonomia nelle scelte relativa agli incarichi, alla direzione ed esecuzione dei lavori. Bocciata anche la tesi della tardività d’accusa, poichè dagli atti emerge come il Comune abbia iniziato con i «papiri» nel 2017.
I giudici del Tar hanno così deciso di condannare l’Unione al risarcimento danni per 95mila euro al Comune più 3mila euro di spese di lite oltre ai 5mila euro delle consulenze tecniche.